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Contrattazione collettiva di prossimità: come cambieranno i contratti di lavoro?

La manovra di ferragosto ha stabilito nuove regole anche sul tirocinio formativo. Deciso aumento dei controlli

Accordi di prossimità – L’articolo 8 della legge 148 del 2011 è una delle modifiche più importanti in quanto in questo modo i nuovi accordi sulla contrattazione collettiva in quanto i nuovi accordi potranno essere applicati non solo nelle materie delegate dal CCnl o dalla legge ma anche in deroga. Per quanto riguarda la contrattazione collettiva di prossimità gli obiettivi che deve perseguire riguardano in particolare  maggiore occupazione, qualità dei contratti di lavoro, emersione del lavoro irregolare, gestione delle crisi aziendali ed occupazionali oltre incrementi di produttività ed investimenti. Saranno chiamati a sottoscrivere tali tipi di accordi le associazioni sindacali maggiormente rappresentative sul piano nazionale o locale. Pertanto tale assunto si presta a molteplici interpretazioni.  Infatti le intese potranno essere anche sottoscritte da associazioni sindacali che godono solo a livello locale di una certa notorietà.

Contratti di lavoro novità

Contratti di prossimità – I contratti di prossimità saranno validi per tutti dipendenti e la natura di tali tipi di accordi sarà vincolante a condizione che venga rispettato il criterio maggioritario con riferimenti ai soggetti stipulanti. Il meccanismo ricalca quello previsto dall’art. 39 della Costituzione, il quale prevede particolari requisiti soggettivi e procedure di contrattazione per determinare l’efficacia vincolante dei contratti ccnl di categoria. Per quanto riguarda invece i contratti già sottoscritti la norma tenta di supportare a livello normativo il contratto Fiat che è stato sottoscritto in data 28 giugno. Gli accordi collettivi sono stati firmati dalle rappresentanze sindacali più significative ed in seguito, dopo un referendum indetto all’interno dell’azienda,  sono stati approvati anche dai lavoratori. Tuttavia nonostante tale positiva conclusione dell’accordo ancora non è ben chiara la portata di tale accordo e le modalità di attuazione ( infatti vi sono diverse cause ancora pendenti). Viene stabilito da tale accordo che tutte le norme ivi contenute possono essere applicate all’intero personale se , dopo un referendum, sono approvati dalla maggioranza del personale. Viene pertanto decretata la validità del 28 giugno sottoscritto dalla Fiat.

Tirocinio formativo manovra finanziaria  – La manovra di ferragosto stabilisce regole certe anche per il tirocinio che, in quanto non essendo un vero rapporto di lavoro, non può essere inquadrato come un contratto simile al lavoro subordinato. Viene stabilito che i tirocini non curriculari ( cioè quelli svincolati da opportuni percorsi formali di istruzione) non possano avere una durata superiore ai sei mesi, anche attraverso proroghe. I tirocini saranno inoltre destinati solo a neo laureati o neo diplomati, che potranno essere attivati non oltre i 12 mesi dal conseguimento del titolo di studio. Vengono previste particolari esenzioni per quanto riguarda i disabili , invalidi fisici, psichici e sensoriali, tossicodipendenti, alcolisti e condannati a misure di detenzione.  Tuttavia tale normativa è apparsa un po’ troppo stringente in quanto taglia fuori dalla cerchia dei possibili tirocinanti numerosi soggetti e risulta molto difficile far rispettare la norma.

Più controlli sui tirocini formativi – Al fine di assicurare maggiori controlli la circolare n. 24 del 2011 del ministero del lavoro stabilisce le linee guida per effettuare le ispezioni sui tirocini. In particolare l’ispettore avrà il compito di verificare se il tirocinio rispetta i requisiti vigenti. In particolare occorrerà verificare se il tirocinio rispetta la normativa regionale vigente e se rientra in uno dei 4 tipi di tirocinio previsti. Se il tirocinio risulta illegittimo occorrerà inquadrarlo come un rapporto di lavoro subordinato ed applicare le sanzioni previste. Dovranno inoltre essere recuperati i contributi previdenziali previsti ed i premi assicurativi stabiliti attraverso un contratto che allo stato reale dissimula la realtà.

di


Equitalia, sessanta giorni per pagare o scatta l'ipoteca sugli immobili

articolo estrapolato da http://www.oipamagazine.eu/categoria3294/Imprese/Fisco-e-Leggi/equitalia-sessanta-giorni-per-pagare-o-scatta-l-ipoteca-sugli-immobili.html 

Scatta l'accertamento esecutivo. Dopo 60 giorni dalla notifica o il contribuente paga o contesta pagando un terzo della somma. In caso contrario Equitalia potrà procedere ad esecuzione forzata sui beni per recuperare il debito

Nuove armi in mano a Equitalia: sessanta giorni o scatta l'ipoteca sugli immobili. L’Agenzia delle Entrate, guidata da Attilio Befera (foto), ha offerto uno strumento di grande impatto alla società incaricata della riscossione nazionale dei tributi. Secondo le nuove disposizioni gli avvisi di accertamento (relativi a imposte sul reddito e Iva), per i periodi d’imposta dal 2007 in avanti, dovranno contenere l’intimazione al pagamento delle somme entro 60 giorni dalla notifica. Trascorsi i 60 giorni o il contribuente paga l'intera somma o contesta pagandone un terzo, altrimenti Equitalia potrà procedere ad esecuzione forzata sui beni per recuperare il debito. Potrà iscrivere ipoteca sull'artigiano considerato infedele (facendo scattare una comunicazione alla centrale rischi delle banche con conseguente chiusura dei fidi), potrà pignorare il suo conto corrente (rendendo impossibile il pagamento di dipendenti e fornitori), avviare i pignoramenti presso terzi e far partire le ganasce fiscali. 
Nel caso di un ricorso, per sei mesi gli agenti della riscossione non potranno avviare pignoramenti, ma potranno ipotecare una casa e bloccare un'auto. Se invece c’è “fondato pericolo” di perdere il credito sarà possibile sequestrare una pensione o mandare un bene all'asta immobiliare. Se si dimostrerà di avere problemi di liquidità si potrà chiedere al giudice tributario una sospensiva per fermare l'azione per 150 - 180 giorni, oppure aderire a un concordato.
Quindi, per semplificare e velocizzare la riscossione, entra per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico l'accertamento esecutivo e non dovrà più essere istruita una cartella esattoriale che, ricorsi compresi, portava al saldo dell'eventuale debito entro 15-18 mesi.
“La richiesta da parte di Equitalia del pagamento - dichiara Pietro Giordano, Segretario Generale Adiconsum - comporterà una moltiplicazione del debito dei contribuenti, a causa degli interessi di mora, delle provvigioni e delle sanzioni con tassi prossimi all’usura applicati dall’Ente di riscossione”. “Una situazione non sostenibile da parte delle famiglie - continua Giordano - che va a vanificare le misure introdotte a favore dei contribuenti”.  

di : Martina Fusco


Riprende la Trattativa della Vigilanza Privata

Il 20 settembre è ripreso il confronto con Federsicurezza, per il rinnovo del Contratto nazionale della Vigilanza Privata.
Le associazioni presenti al tavolo – con sorpresa della Filcams Cgil - hanno reintrodotto il tema della “zona grigia”, rendendosi disponibili ad affrontare nuovamente il tema, partendo dal presupposto, però, che le normative dei due settori (portierato e vigilanza privata) devono essere diverse.

Le controparti hanno presentato i testi relativi alla classificazione del personale e alla malattia.

“Per quanto riguarda la classificazione del personale” spiega la Filcams Cgil “la proposta delle controparti prevede il riconoscimento di una indennità oraria per le diverse mansioni. Abbiamo sempre sostenuto che è necessario declinare correttamente le diverse professionalità, senza appiattirle tutte in un unico contenitore, rendendoci disponibili ad utilizzare il meccanismo delle indennità orarie, che preveda, però, il passaggio successivo al livello superiore. Nella nuova proposta è previsto il consolidamento delle indennità orarie, ad-personam, ma non il riconoscimento del livello. Chiaramente la proposta è insufficiente, ma va in ogni caso registrato un, se pur piccolo, passo avanti.”

Per malattia, invece, è stato riproposto lo stesso testo del contratto nazionale separato del Terziario, mantenendo anche la possibilità per le aziende di uscire dal sistema Inps, norma già superata dalla legge.
“Abbiamo respinto la richiesta, unitariamente” racconta la Filcams Cgil “E’ stato però riproposto il ricorso a forme mutualistiche di copertura, cosa che ovviamente ci vede fermamente contrari.
Infine sono stati affrontati i temi dell’orario di lavoro e della contrattazione di secondo livello, sui quali, viste le richieste delle organizzazioni sindacali, si tornerà nei prossimi incontri previsti per l’11 e il 12 ottobre.

Federsicurezza si è assunta l’impegno di presentare un testo sull’orario di lavoro che dovrebbe recepire le osservazioni sindacali, e si darà il via anche alla discussione sul tema della “zona grigia”.

Il 13 ottobre prossimo si terrà anche il primo incontro per la costituzione di un tavolo di trattativa con Assiv e Cooperazione.

Successivamente a tali incontri, sarà convocato il coordinamento nazionale, per fare il punto della situazione.

Sicurezza: ora anche guardie giurate in obiettivi sensibili

Dal 16 Marzo 2011anche le guardie giurate potranno occuparsi - nel caso in cui non dovessero provvedere le forze di polizia - della sicurezza di obiettivi sensibili come centrali elettriche, raffinerie, centrali telefoniche e emittenti radio-tv: è quanto stabilisce il decreto ministeriale dell'1 dicembre 2010 entrato in vigore il 16 marzo.
Il decreto, ricorda l'Associazione italiana vigilanza (Assiv), introduce i requisiti organizzativi e professionali per le imprese di vigilanza privata e prevede importanti novità volte ad aumentare il livello di sicurezza degli ''obiettivi sensibili'' e dei siti che presentano ''speciali esigenze di sicurezza''. Fra gli obiettivi sensibili la cui sicurezza può essere affidata alle guardie giurate figurano aziende pubbliche e private dei settori dell'energia e delle comunicazioni. Fra i siti con speciali esigenze di sicurezza ci sono invece ospedali, strutture pubbliche con centri elaborazione dati come Regioni, Province, Inps, e anche tribunali, musei e pinacoteche.
''Le disposizioni introdotte con il decreto ministeriale favoriscono la qualificazione delle imprese di vigilanza privata e la qualità dei servizi - afferma il presidente dell'Assiv Matteo Balestrero - ponendo le condizioni per un mercato maggiormente competitivo ma anche sano e corretto''.

Sicurezza: guardie giurate a vigilanza siti 'sensibili', in vigore il decreto del 01/12/2010
Il decreto prevede la vigilanza armata di guardie giurate presso gli 'obiettivi sensibili' e nei siti 'con speciali esigenze di sicurezza' (ospedali, tribunali, regioni, province, sedi Inps, musei). Le nuove norme hanno lo scopo di aumentare la sicurezza di aziende ed enti ritenuti possibili siti 'sensibili' sotto il profilo della sicurezza e a garantire la qualità professionale degli operatori della vigilanza privata.
Il decreto ministeriale del 1 dicembre 2010 introduce i requisiti organizzativi e professionali per le imprese di vigilanza privata e prevede che la vigilanza, se non vi provvedono le forze di polizia, dovrà essere affidata alle guardie giurate. Fra gli obiettivi sensibili da affidare alle guardie giurate il decreto cita aziende pubbliche e private dei settori dell’energia e delle comunicazioni e quindi centrali elettriche, raffinerie, centrali telefoniche, emittenti radiotelevisive.

“Le disposizioni introdotte con il decreto ministeriale favoriscono la qualificazione delle imprese di vigilanza privata e la qualità dei servizi, ponendo le condizioni per un mercato maggiormente competitivo ma anche sano e corretto”, sottolinea Matteo Balestrero, presidente dell’Assiv Associazione italiana vigilanza, aderente a Confindustria, che rappresenta le principali aziende del settore con 20mila addetti. “L’introduzione dei siti da sottoporre a vigilanza qualificata – ha aggiunto Balestrero - va inoltre nella direzione di una maggiore garanzia di sicurezza per il sistema paese”.
Le norme del decreto ministeriale “sono un passo avanti molto importante per la qualità professionale del settore e hanno il pregio di riconoscere il ruolo della vigilanza privata come soggetto complementare e sussidiario alle forze di polizia” ha commentato Antonio Ancona, segretario generale dell’Assiv.


 

ISTITUTO DI VIGILANZA PRIVATA : COME CAMBIA LA REGOLAMENTAZIONE

 

L'atteso DM sull capacità tecnica, primo dei quattro decreti attuativi del DPR di riforma della vigilanza privata dell'agosto 2008, è finalmente stato trasmesso in Gazzetta Ufficiale.
Titolo ufficiale: "Disciplina delle caratteristiche minime del progetto organizzativo e dei requisiti minimi di qualità degli istituti e dei servizi di cui agli articoli 256-bis e 257-bis del Regolamento di esecuzione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, nonchè dei requisiti professionali e di capacità tecnica richiesti per la direzione dei medesimi istituti e per lo svolgimento di incarichi organizzativi nell'ambito degli stessi istituti". Trenta giorni dopo la pubblicazione entrerà in vigore sul territorio italiano.

Scatta insomma il count down per l'adeguamento :

      ad oggi mancano
countdown 
fonte vigilanzaprivataonline.com autore Ilaria Garaffoni

Dal 15 marzo nuova disciplina per gli istituti di vigilanza privata

Pubblicato il decreto che ne fissa caratteristiche e requisiti minimi di qualità per la direzione e svolgimento di incarichi organizzativi

Entra in vigore il 15 marzo 2011 la nuova disciplina sugli istituti di vigilanza privata e sui requisiti professionali per la direzione degli istituti stessi. 
Lo stabilisce il decreto ministeriale 1° dicembre 2010, n. 269, Regolamento recante disciplina delle caratteristiche minime del progetto organizzativo e dei requisiti minimi di qualità degli istituti e dei servizi di cui agli articoli 256-bis e 257-bis del Regolamento di esecuzione del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, nonchè dei requisiti professionali e di capacità tecnica richiesti per la direzione dei medesimi istituti e per lo svolgimento di incarichi organizzativi nell'ambito degli stessi istituti. 
Vengono disciplinati:
- Caratteristiche e requisiti organizzativi e professionali degli istituti di vigilanza privata;
- Requisiti e qualità dei servizi;
- Caratteristiche e requisiti organizzativi e professionali degli istituti di investigazione privata e di informazioni commerciali;
- Qualità dei servizi di investigazione privata e di informazione commerciale;
- Requisiti professionali e formativi delle guardie particolari giurate;
- Aggiornamento dei requisiti tecnico-professionali. 
Gli istituti autorizzati debbono, entro diciotto mesi dal 15 marzo 2011, adeguare le caratteristiche ed i requisiti organizzativi, professionali e di qualità dei servizi alle disposizioni del decreto e dei relativi allegati. Per i requisiti formativi minimi ad indirizzo giuridico e professionale degli investigatori privati e degli informatori commerciali autorizzati, la fase transitoria è fissata in trentasei mesi.

 

 

NON  CHIAMATELI  PIU’  BUTTAFUORI !!!

 

Perché da quando il pacchetto sicurezza (DL 94/2009) ne ha sancito il battesimo giuridico, i circa 200.000 “ragazzi della security” sono diventati una categoria operativa autonoma e come tale rivendicano diritti, attenzione da parte del decisore e un contratto collettivo tutto per loro.

Insomma, a produrre sicurezza nel sistema paese al fianco delle forze dell'ordine non ci sono soltanto guardie giurate e investigatori privati, ma anche le tantissime agenzie presenti sul territorio che, a vario titolo, si occupano di sicurezza. La discoteca è solo uno degli ambiti operativi: c'è la fiera, l'ipermercato, la festa, l'evento vip e il grande calderone dei portierati. C'è un mercato con delle regole, un dimensionamento e delle sfere di rischio del tutto peculiari. E le criticità sono diverse da quelle delle gpg, ma anche delle informazioni commerciali e della stessa investigazione. Eppure queste figure convivono sotto lo stesso tetto del decreto sulla capacità tecnica in quanto tutte sono autorizzate con licenza ex art. 134 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

In questo contesto normativo, gli ex “buttafuori” (oggi servizi di controllo) dovrebbero rappresentare un terzo polo della security privata. Sul quale però c'è ancora molto da scrivere. E' pur vero che il DM del 6 ottobre 2009 ha dato le prime regole in un settore dove regnava una totale deregulation: elenco, formazione obbligatoria, descrizione delle funzioni, divieto di portare armi. Ma anche il DM sui buttafuori si può migliorare. Lo dice la stessa parte associativa che, sostenuta dalla Lega Nord, ha combattuto per ottenere un riconoscimento (l'A.I.S.S., Associazione Italiana Sicurezza Sussidiaria) e che ora stila una lista di emendamenti al DM 6 ottobre 2009. Tra le istanze di A.I.S.S., la richiesta di maggiori specifiche sui limiti e le funzioni degli operatori, la restrizione del divieto di lavorare solo a personale condannato in via definitiva (considerati i rischi del mestiere, qualche pendenza giudiziaria forse bisogna tollerarla), la possibilità di utilizzare metal detector e l'equiparazione della qualifica di pubblico ufficiale (già concessa agli steward) durante l'esercizio delle proprie mansioni.
Inoltre il DM sui buttafuori sancisce l'obbligo di assunzione degli operatori con rapporto dipendente (anche come “collaboratori”) da parte del gestore del locale di intrattenimento o delle agenzie con licenza ex art. 134. Cambiamenti mica da ridere per un settore endemicamente caratterizzato da abusivismo e tanto, tanto sommerso.

Ma c'è un altro testo normativo che coinvolge il terzo polo della security: il già richiamato decreto sulla capacità tecnica, primo dei regolamenti attuativi del DPR del 2008 che ha avviato il processo di riforma del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (classe 1931, c'era ancora il Re).
Questo decreto enuclea una serie di requisiti formativi e scolastici per il titolare di licenza del 134 che potrebbero mettere in crisi diverse realtà operative del settore, con possibili ricadute occupazionali. In relazione a questo DM, la risposta di AISS è semplicemente che non riguarda il loro settore.
Perché il DPR del 2008 che ha avviato la riforma (e quindi tutti i decreti successivi, tra cui quello sulla capacità tecnica) fa riferimento ad una categoria operativa che ha visto il suo battesimo normativo solo un anno dopo. Nel 2008 non potevano avere la sfera di cristallo.
Quindi questa categoria dovrebbe star fuori da un processo di riforma che ai tempi della sua emanazione non la riconosceva. Oppure dovrebbe starci dentro, ma con una sedia tutta sua all'interno della Commissione consultiva permanente, che è deputata a elaborare i decreti attuativi del DPR del 2008.
E per fare questo la strada sembra ormai spianata, dal momento che l'A.I.S.S. ha siglato un'ipotesi di accordo con l'UGL per stilare il primo “contratto collettivo nazionale di lavoro per i dipendenti di agenzie di sicurezza sussidiaria non armata e degli istituti investigativi” (controllo attività spettacolo - intrattenimento - commerciali - fieristiche - servizi di accoglienza, guardianìa e monitoraggio aree). Il che, oltre a far venire qualche mal di pancia a quanti sudano sette camicie al tavolo del rinnovo del contratto della vigilanza privata (che vorrebbe contemplare anche il portierato), spalanca le porte ad un seggio in Commissione consultiva permanente per chi rappresenta il “terzo polo della security”.

http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09094l.htm
fonte vigilanzaprivataonline.com autore Ilaria Garaffoni
 

DETRAZIONE IRPEF DEL 36%

per l'installazione di impianti di allarme antintrusione, antifurto, antirapina e di Videosorveglianza

i due articoli sotto riportati sono tratti da secsolution.com autori Ilaria Garaffoni e Antonina Giordano

La detrazione fiscale Irpef del 36% spetta per tutte le spese sostenute per l'installazione di misure - antintrusione e sistemi di videosorveglianza – atte a prevenire il rischio del compimento di atti illeciti da parte di terzi; ad esempio furto, aggressione, sequestro di persona e ogni altro reato la cui realizzazione comporti la lesione di diritti protetti (articolo 1, commi 17-19, legge 244/2007) realizzate nell'ambito di un intervento di ristrutturazione edilizia. I contribuenti hanno la possibilità di detrarre dall'imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) le spese sostenute fino al 31 dicembre 2012 relative alle case di abitazione e alle parti comuni di edifici residenziali situati nel territorio dello Stato. Per le spese sostenute nel 2012, le agevolazioni spettano a condizione che i lavori siano eseguiti entro il 31 dicembre 2012 e che l'alienazione e assegnazione dell'immobile avvenga entro il 30 giugno 2013.

Il beneficio sul quale calcolare la detrazione spetta fino al limite massimo di spesa di 48.000 euro da suddividere in dieci anni. Dal 1° ottobre 2006, l'importo massimo di spesa (48.000 euro), per cui è possibile fruire dell'agevolazione Irpef, va riferito alla singola unità immobiliare per cui tale ammontare va suddiviso fra tutti soggetti aventi diritto alla detrazione (ad esempio marito e moglie cointestatari di un'abitazione). I contribuenti di età non inferiore a 75 e 80 anni possono ripartire la detrazione rispettivamente in cinque o tre rate annuali di pari importo. Possono optare per questa diversa ripartizione della detrazione anche per le spese sostenute in anni precedenti. La citata ripartizione della detrazione in tre o cinque anni si applica solo ai contribuenti che siano proprietari o titolari di altro diritto reale sull'unità abitativa oggetto di intervento. Ciascun contribuente ha perciò diritto a detrarre annualmente la quota spettante nei limiti dell'imposta dovuta per l'anno in questione. La detrazione compete per le spese sostenute nell'anno e rispetta rigorosamente, pertanto, il criterio di cassa. L'importo eccedente della quota annua detraibile non può non può essere richiesto a rimborso, né può essere conteggiato in diminuzione dell'imposta dovuta per l'anno successivo.

Come detraggo la TVCC nel condominio?

Per gli interventi effettuati sulle parti comuni dell'edificio la detrazione compete con riferimento all'anno di effettuazione del bonifico da parte dell'amministrazione del condominio. In tale ipotesi la detrazione spetta al singolo condomino nel limite della quota a lui imputabile, sempre a condizione che quest'ultima sia stata effettivamente versata al condominio entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi. Per fruire della detrazione è necessario che l'amministratore del condominio ottemperi a tutti gli adempimenti di legge (comunicazione preventiva all'inizio dei lavori e pagamento delle fatture, con l'indicazione distinta del costo della manodopera utilizzata, con bonifico bancario o postale). In particolare deve allegare alla comunicazione al centro operativo di Pescara la delibera assembleare di autorizzazione dei lavori e la tabella millesimale di riparto della proprietà delle parti comuni. L'amministratore è inoltre obbligato a rilasciare a tutti i condomini una comunicazione con l'indicazione della quota detraibile per ciascun condomino sulla base della tabella millesimale. La detrazione del 36% spetta comunque anche per i lavori eseguiti su parti comuni di un edificio nel quale non è stato costituito il condominio. In assenza di condominio è necessario che gli adempimenti (comunicazione preventiva al Centro operativo di Pescara ed eventuale comunicazione alla ASL) siano effettuati da uno dei condomini in nome e per conto di tutti gli altri. Anche in tale ipotesi la ripartizione delle spese deve avvenire sulla base della tabella di riparto approvata dall'assemblea dei condomini. Le fatture possono essere intestate anche ai singoli condomini senza necessità che contengano i millesimi di proprietà delle parti comuni già allegate alla comunicazione inviata a Pescara.

 A chi spetta la detrazione?

Sono ammessi a fruire della detrazione sulle spese sostenute tutti coloro che sono assoggettati all'imposta sul reddito delle persone fisiche, residenti o meno nel territorio dello Stato. Più in particolare, possono beneficiare dell'agevolazione non solo i proprietari o i nudi proprietari degli immobili, ma anche tutti coloro che sono titolari di diritti reali sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese; in sostanza questi soggetti:

  • il proprietario o il nudo proprietario;
  • il titolare di un diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione o superficie);
  • chi occupa l'immobile a titolo di locazione o comodato;
  • i soci di cooperative divise e indivise;
  • i soci delle società semplici;
  • gli imprenditori individuali, limitatamente agli immobili che non rientrano fra quelli strumentali o merce.

Ha diritto alla detrazione anche il familiare convivente del possessore o detentore dell'immobile oggetto dell'intervento, purché sostenga le spese, le fatture e i bonifici siano a lui intestati e purché la condizione di convivente o comodatario sussista al momento dell'invio della comunicazione di inizio lavori. Sono definiti familiari, ai sensi dell'art. 5 del Testo Unico delle imposte sui redditi, il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il secondo grado. In questo caso (e ferme restando le altre condizioni) la detrazione spetta anche se le abilitazioni comunali sono intestate al proprietario dell'immobile e non al familiare che usufruisce della detrazione. Se è stato stipulato un contratto preliminare di vendita (compromesso), l'acquirente dell'immobile ha diritto alla detrazione qualora sia stato immesso nel possesso ed esegua gli interventi a proprio carico. In questo caso è però necessario che il compromesso sia stato registrato presso l'Ufficio competente e che l'acquirente indichi gli estremi della registrazione nell'apposito spazio del modulo di inizio lavori.

Se l'immobile cambia destinazione d'uso perdo la detrazione?

Nel caso del cambio di destinazione d'uso di un fabbricato (da strumentale ad abitativo), può trovare comunque applicazione la detrazione del 36% (art. 2, comma 10 legge n. 191/2009) per le spese sostenute. L'agenzia delle entrate, con la risoluzione n. 14/E/2005, ha ammesso la detrazione per la ristrutturazione di un fabbricato strumentale che solo al termine dei lavori avrebbe assunto la destinazione d'uso abitativo, a condizione che nel provvedimento autorizzativo dell'intervento risultasse chiaramente il mutamento della destinazione. L'aliquota Iva prevista per tali interventi è del 10% anche nel caso in cui il fabbricato venisse destinato poi ad abitazione principale.

Detrazione fiscale Irpef del 36%

  • per installare misure di prevenzione del rischio di illeciti da partedi terzi nell'ambito di un intervento di ristrutturazione edilizia
  • per le spese sostenute fi no al 31.12.2012 relative alle case di abitazione e alle parti comuni di edifici residenziali
  • per le spese sostenute nel 2012, le agevolazioni spettano solo per lavori eseguiti entro il 31.12.2012 e se l'alienazione e assegnazione dell'immobile avvengono entro il 30.06.2013
  • fino a una spesa massima di 48.000 euro da suddividere in 10 anni. Dall'1.10. 2006 l'importo massimo va riferito alla singola unità immobiliare (l'ammontare va suddiviso fra gli aventi diritto)

è necessario comunicare l'inizio lavori all'Agenzia delle Entrate e all'ASL, pagare le spese detraibili con bonifico bancario/ postale e, al termine dei lavori (per cifre > 51.645,68 euro), trasmettere all'Agenzia delle Entrate la dichiarazione di esecuzione dei lavori.

Riforma della vigilanza privata : cosa cambia per chi vende la tecnologia

30/08/2010

Sono passati due anni e mezzo da quando la Corte di Giustizia ha condannato il vetusto TULPS (impianto regolamentare della vigilanza privata, regio decreto, classe 1931). Da lì è partito un profondo processo di riforma, tra improvvise accelerazioni spesso a ridosso delle elezioni e assai più frequenti battute d'arresto a seguito di cadute dei vari governi (o di cadute d'attenzione degli stessi). Con il DL 2 aprile 2008 il governo italiano definì, obtorto collo, le linee guida per l'adeguamento dell'impianto italiano ai diktat europei, demandando ad una Commissione consultiva la stesura dei decreti attuativi. Sebbene il decreto ponesse delle basi importanti di lavoro (crollo dell'impianto territoriale provinciale, liberalizzazione delle licenze e delle tariffe entro certi limiti), la partita era ancora tutta da giocare sul tavolo dei decreti di attuazione. In particolare sul decreto volto a determinare i requisiti minimi organizzativi, gli standard professionali, la capacità tecnica e la qualità dei servizi che dovrà essere garantita dagli Istituti di Vigilanza privata per poter stare sul mercato. Ebbene, dopo un lungo e scivoloso periodo di deregulation, lo scorso 14 aprile la Commissione ha varato il testo, condiviso del DM sulla capacità tecnica. Che presenta importanti riflessi anche per chi tratta con la vigilanza privata in qualità di fornitore.


Lo scorso 14 aprile la Commissione consultiva centrale ha concluso l'esame della bozza di decreto ministeriale sulla capacità tecnica per le imprese di vigilanza privata, varando il testo condiviso del DM, che si appresta quindi a compiere l'iter amministrativo di prammatica: dal passaggio al Consiglio di Stato per una valutazione complessiva,alla firma del Ministro Roberto Maroni, fino alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Un iter che, stando alle assicurazioni che sono state date dall'On. Alfredo Mantovano,non dovrebbe spingersi oltre il mese di luglio. Quel che è certo è che il decreto potrebbe avere effetti dirompenti sull'attuale scacchiera competitiva e, di riflesso, su chi vende tecnologia alle vigilanze private. Secondo Piergiulio Petrone, Vice Presidente FederSicurezza e componente della Delegazione Federale nella Commissione consultiva centrale, "ci troviamo ad un giro di boa.

Il testo definisce infatti i requisiti minimi che le aziende devono possedere per poter operare sul mercato, in base all'individuazione del tipo di attività che intendono svolgere (classe A, B, C, D o E in baseai servizi da proporre, che richiedono il coinvolgimento di tipologie professionali diverse); in base all'estensione territoriale che le imprese vogliono coprire (provinciale fino a 300.000 abitanti, provinciale superiore a 300.000 abitanti, ultraprovinciale fino a 3 milioni di abitanti, da3 a 15 e superiore a 15 milioni di abitanti) e in base al livello di servizi che si intende offrire (fino a 25, fino a50, fino a 100 e oltre 100 gpg). In relazione alle categorie individuate (classi di attività, ambito territoriale e livelli di servizio offerti), alle imprese vengono richiesti determinati requisiti minimi qualitativi, che afferiscono alla capacità economico-finanziaria, al corredo tecnologico,alle caratteristiche del progetto organizzativo e gestionale,alla professionalità del titolare/istitore/direttore tecnico,alle certificazioni di regolarità contributiva, ecc."In sintesi il ministero dice: cara impresa di vigilanza,vuoi offrire servizi, che so, di trasporto valori sul territorio nazionale ma disponi di sole 5 guardie e nessun mezzo blindato? Mi dispiace ma devi essere capace di garantirmi una determinata qualità, altrimenti non posso rilasciarti la licenza. Un meccanismo che dovrebbe sbarrare l'ingresso sul mercato a realtà che sono "fisiologicamente impossibilitate" a fornire servizi di qualità accettabile.
Secondo Petrone, con questo sbarramento"potrebbe restare sul mercato meno del 50% delle attuali licenze. Tenendo conto che già oggi molti grandi o medi gruppi stanno accorpando le licenze, con la nuova norma sarà quasi un obbligo procedere in questa direzione, quindi: vuoi per una questione 'fisiologica'(concentrazioni, accorpamenti, fusioni ecc.), vuoi per una questione 'patologica' (incapacità di disporre di strutture, mezzi o capacità), resteranno sul mercato non più del 50% delle attuali licenze effettivamente operanti - che sono meno delle licenze rilasciate".

Insomma, questo decreto è la prima, vera occasione per fare pulizia in un settore che raramente brilla per trasparenza. La libera concorrenza si giocherà, forse perla prima volta, su un terreno competitivo sano, regolare,corretto. Per il settore si riparte da zero. Con indubbiriflessi anche per chi tratta con gli Istituti di Vigilanza in qualità di fornitore tecnologico, in particolare per le centrali d'allarme. Su questo tema, peraltro, il decreto sulla capacità tecnica offre delle sorprese - non da tutti gradite. Per capire cosa cambia sul fronte di chi vende tecnologia alle vigilanze private, abbiamo chiesto un approfondimento ad Antonello Villa, rappresentante italiano in CoESS (Confederation of European SecurityServices) e socio benemerito A.I.PRO.S (Associazione italiana professionisti della sicurezza).


Istituti di vigilanza e centrali d'allarme: un po' di storia

Partiamo con una breve cronistoria delle tappe salienti del controverso rapporto Istituti di Vigilanza – centrali d'allarme, per inquadrare meglio l'argomento. Antonello Villa racconta che "risale ai primi anni settanta l'inizio di una diffusa attività di telesorveglianza ad opera degl iIstituti di Vigilanza. In quegli anni, infatti, compaiono anche sul mercato italiano i primi dispositivi in grado di trasferire a distanza un allarme generato da un impianto antintrusione o antirapina, utilizzando mezzi di trasmissione relativamente economici, ovvero le linee telefoniche pubbliche ed i ponti radio.

In precedenza,e solo per obiettivi ad alto rischio, i segnali di allarme erano collegati agli Istituti di Vigilanza o alle centrali delle forze dell'ordine attraverso linee dedicate; quando l'allarme scattava o la linea era interrotta una luce rossa ed il suono di un buzzer avvertiva l'operatore in turno. I "nuovi" dispositivi, detti combinatori, disponevano di un messaggio preregistrato contenente le informazioni dell'allarme, che l'operatore di centrale ascoltava sollevandola cornetta del telefono oppure dalla consolle radio. Parallelamente alla diffusione dei dispositivi ditele/radio allarme, nasce l'esigenza di inquadrare questa nuova attività. La principale questione che ci si poneva allora era: la telesorveglianza è da ricomprendere tra le attività regolate ex art. 134 TULPS, ossia è richiesta la licenza autorizzatoria del ministero dell'Interno? E se sì, entro quali ambiti?

Il Ministero dell'Interno interviene per la prima volta sull'argomento con la circolare n.10.4190.10089.D(4)1 del 24 giugno 1976, riportante anche un parere del Consiglio di Stato, nella quale si stabilisce che l'accentramento di segnali di allarme, seppur in forma innovativa, costituisce attività di vigilanza e quindi ricade nelle previsioni dell'art. 134 e seguenti del TULPS.
Questa interpretazione, essendo ancorata al TULPS stesso, non poteva che sopravvivere pressoché immutata fino ai giorni nostri, e precisamente fino all'entrata in vigore del DPR di riforma (DL 2 aprile 2008,detto salva infrazioni). Solo gli Istituti di Vigilanza (IdV)autorizzati dalla competente Prefettura possono offrire servizi di teleallarme, operando all'interno degli ambiti territoriali autorizzati, coincidenti al massimo con un'intera provincia. Gli operatori devono avere la qualifica di guardie particolari (giurate), l'istituto dispone di una centrale operativa posta nella stessa provincia nella quale opera. Nel caso la stessa società o lo stesso titolare abbia più autorizzazioni, ciascuna deve essere gestita separatamente, ad esempio con una specifica centrale operativa per ogni diverso IdV. Le successive circolari ministeriali hanno preso in esame specifici aspetti: le circolari n.559/C5803.10089.D(4)1 del 19 giugno 1987e n.559/C.20889.12982(9) del 11 novembre 1993 interpretano(e reinterpretano) il ruolo dei c.d. centri di teleservizio (telesoccorso e telecontrollo, ma anche quelli che oggi chiameremmo call-center) escludendoli dall'ambito di applicazione dell'art 134 TULPS; la circolaren.559/C.14094.10089.D.49(9) del 3 dicembre 1999 rileva come sia ammissibile che un IdV disponga di parte del suo sistema tecnologico di centralizzazione presso un altro IdV, a patto che i segnali di pertinenza vengano smistati automaticamente (senza l'intervento di un operatore dell'istituto terzo) alla centrale dell'IdV stesso; la n.557/B.11926.10089.D71(1) del 31 luglio 2003ribadisce infine l'obbligo di attivare una centrale operativa per gli IdV, escludendo la possibilità che una stessa centrale possa servire più IdV. Con la revisione dell'art.134 e seguenti del TULPS, attuata con DL 8 aprile 2008convertito in legge 6 giugno 2008 n.101, ed il relativo regolamento di esecuzione DPR 4 agosto 2008 n.153,il quadro normativo al quale si deve far riferimento perl'attività di telesorveglianza non subisce sostanziali stravolgimenti,se non per il superamento del limite provinciale della licenza, che può ora avere estensione anche nazionale".

Cosa cambia per la domanda di tecnologia?
Entriamo ora nel vivo della riforma e dei suoi riflessi sul mercato: cosa cambia per chi vende tecnologie a seguito del DM sulla capacità tecnica ora in itinere?
Concretamente, un Istituto di Vigilanza che vuole richiedere/estendere/mantenere una licenza per una determinata estensione territoriale, quale equipaggiamento tecnologico dovrà dimostrare di possedere?
Villa spiega che "una delle previsioni più innovative contenute nel regolamento di esecuzione è il rimando ad un apposito DM per quanto riguarda i requisiti minimi del progetto organizzativo,della qualità degli IdV e dei servizi, della professionalità ecapacità tecnica dei direttori. Il DM sulla capacità tecnica è stato elaborato anche grazie al contributo di una commissione consultiva presso il ministero dell'Interno che ha visto la partecipazione delle associazioni di categoria e delle parti sociali, ed è ora all'esame del Consiglio di Stato.

Nel decreto si stabiliscono regole oggettive chiare,valide per tutti gli operatori del mercato, dato che anche gli attuali IdV autorizzati dovranno adeguarsi entro un preciso termine dall'entrata in vigore del DM. La caduta del limite provinciale ha già provocato, e continuerà a provocare,un assestamento della situazione delle licenze sul territorio nazionale, nel senso che molte società che prima gestivano una pluralità di centrali hanno presentato progetti che prevedono la loro riunificazione, mentre altre vogliono estendere il loro raggio di azione. Il DM sulla capacità tecnica individua, per questa classe funzionale di attività, criteri di qualità crescenti a seconda dei livelli dimensionali (4) e degli ambiti territoriali interessati (5). Per gli ambiti territoriali maggiori, si arriva a richiedere che la centrale operativa sia conforme alla norma tecnica UNI11068/2005 (copertura di un territorio per oltre 3 milioni di abitanti) e che ci sia la coesistenza di almeno due centrali operative in backup tra loro (oltre15 milioni di abitanti). Sempre per gli IdV che operano su ambiti territoriali estesi, è richiesto l'utilizzo di supporti di geo-referenziazione (es. GPS). Per tutti gli IdV è richiesta la certificazione del sistema di assicurazione della qualità secondo la norma UNI EN 9001/2008. Uno specifico allegato indica infine i requisiti minimi per le infrastrutture di telecomunicazioni, anche in questo caso viene conservato il principio di modularità dimensionale. Gli Ispettorati Territoriali del Ministero dello Sviluppo Economico Comunicazioni sono incaricati della verifica circa la sussistenza di tali requisiti minimi"

Cosa cambia per l'offerta di tecnologia?
A questo punto c'è da chiedersi come dovrà mutare l'offerta di tecnologie di centralizzazione, di fronte ad una domanda in necessaria via di evoluzione.
Antonello Villa specifica innanzitutto che il DM sulla capacità tecnica non fornisce – giustamente - indicazioni circa le tecnologie di centralizzazione da utilizzare, limitandosi ad enunciare i requisiti funzionali minimi e a rimandare alle norme tecniche per alcune specifiche materie. Tuttavia sul mercato sono viceversa già visibili le tendenze chela nuova normativa sta generando, anche se il processo di rinnovamento del settore in generale - e della telesorveglianza in particolare - è verosimile che si svilupperà in un arco temporale di alcuni anni.
"Alla fine di questo processo – prosegue Villa - il mercato italiano assomiglierà molto di più agli altri mercati europei più sviluppati,con un numero minore di centrali e, come naturale conseguenza, una media di collegamenti per centrale maggiore. Il passaggio da centrali con un numero ridotto di collegamenti in un ambito geografico ristretto, ac entrali con un numero maggiore di collegamenti aventi una grande dispersione geografica porterà, e difatti sta già portando, a scelte tecnologiche diverse dal passato ed a maggiori investimenti in nuove tecnologie. Un numero maggiore di collegamenti per centrale, che stimo possa attestarsi in Italia, nel volgere di qualche anno, su una media di 5.000 collegamenti, è la principale ragione che spinge all'adozione di sistemi di gestione degli allarmi di nuova generazione,per intenderci sistemi che non si limitano alla funzione primaria di allertare l'operatore in caso di allarme o di anomalia.

Ma questa non è l'unica, esistono altre importanti motivazioni:

architettura complessa - diretta conseguenza della concentrazione delle centrali è la necessità di gestire il lavoro contemporaneo di molti operatori con livelli e competenze diverse e,allo stesso tempo, di distribuire le informazioni su più centrali e uffici dell'organizzazione;

interoperabilità - sempre più gli IdV hanno la necessità di far interagire i vari sistemi informatici, principalmente con il gestionale dell'azienda, anche per fornire servizi e funzioni personalizzate alla clientela;

apertura al cliente - il cliente pretende di avere accesso alle informazioni che riguardano il suo servizio, via web, email, smartphone etc.;

conoscenza del territorio - l'operatore non può più garantire una conoscenza diretta del territorio come avveniva in un ambito provinciale, necessita quindi di un supporto, ad esempio mediante l'integrazione nella centralizzazione di un sistema cartografico(GIS);

ottimizzazione dei processi - disponendo di massa critica in termini di collegamenti, gli investimenti in software di centralizzazione possono automatizzare molte parti del processo di ricezione allarme ed intervento, qualificando la professionalità degli operatori ed al contempo realizzando economie che in alcuni casi hanno portato fino al 40% di risparmio in termini diminore impiego di operatori;

misurazione e certificazione della qualità dei servizi – solo un software evoluto abbinato ad un robusto database di tiporelazionale consente di tracciare tutte le attività e ricavare quelle statistiche che permettono di misurare la qualità dei servizi(numero di allarmi suddivisi per tipo - reali, impropri, errate manovre del cliente etc., per giorno o fascia oraria, tempi di intervento, carico di lavoro degli operatori ...) ed individuare le aree di inefficienza e di possibile miglioramento".

Inoltre il decreto fissa che non ci si può limitare a gestire l'allarme(ricevere il segnale e allertare le FFOO), ma alla ricezione e gestione dell'allarme si deve per forza abbinare l'intervento sul posto a mezzo gpg. Quindi, esclusa la localizzazione satellitare dei beni mobili, serve l'autorizzazione ex art. 134 del TULPS. Capito cosa sta per succedere, operatori della security che trattate con le vigilanze private?

Chi ha orecchie per intendere, intenda.


 
 
 
ROMA (Reuters) - Un sistema che dovrebbe permettere di considerare gli esercizi commerciali sicuri o decisamente più protetti. Così è stato presentato questa mattina, a Roma, il nuovo progetto denominato videoallarme antirapina, sotto l'egida del Minisetero dell'Interno.
Durante la conferenza stampa il ministro dell'Interno Roberto Maroni, il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli e il presidente di Confesercenti Marco Venturi, alla presenza del capo della Polizia Antonio Manganelli, hanno firmato il protocollo d'Intesa sul sistema che permetterà ai commercianti di segnalare alle forze dell'ordine una possibile rapina, tramite un pulsante collegato ad un sistema di videosorveglianza, a sua volta connesso con le stazioni di polizia e carabinieri.
Il sistema di videoallarme antirapina "è un passaggio importante nel contrasto alle rapine e alla criminalità diffusa - ha detto il ministro Maroni-. Un contrasto che svolgiamo giornalmente con risultati molto soddisfacenti".
"I dati sulle rapine, infatti sono molto confortanti - ha proseguito Maroni -. Nel 2008, da gennaio ad aprile, c'erano state 3198 rapine. Nello stesso periodo del 2009, invece, le rapine sono state 2419, quindi in calo del 25%".
Il sistema, basato su telecamere di videosorveglianza, interagirà direttamente con le centrali operative di Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, che saranno così in grado di vedere in tempo reale ciò che sta avvenendo nel locale e potranno intervenire tempestivamente.
Anche gli esercizi dotati di vigilanza privata potranno usufruire del servizio, collegando direttamente questi istituti con le stazioni delle forze dell'ordine.
"Questo sistema rappresenta un passo avanti importante per tutelare gli operatori commerciali - ha detto Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio - e per migliorare le condizioni di sicurezza e legalità".
Per quanto riguarda il costo dell'impianto, che è a carico del fruitore, ovvero degli esercizi commerciali, "parleremo con il governo e valuteremo le possibilità di eventuali sostegni", ha dichiarato Marco Venturi, presidente di Confesercenti. "E' necessario anche un ritorno dal punto di vista assicurativo, nonché un attento monitoraggio per valutare l'efficacia del sistema".

 

Mantovano: "La sicurezza privata non è una sicurezza di serie B"

“La sicurezza privata non è una sicurezza di serie B ma una componente che gioca un ruolo importante”. Con queste parole il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, ha iniziato il suo intervento alla presentazione del rapporto Federsicurezza-Confcommercio 2009 che si è tenuta pressa la sede nazionale della Confederazione a Roma. “Da parte del governo come sapete – ha detto Mantovano  - non c’è mai stato entusiasmo per le decisioni della Corte di giustizia europea che ha accentuato i problemi del settore. Noi abbiamo sempre avuto la consapevolezza che il vostro settore non sia assimilabile a quello di un qualunque altro servizio offerto al pubblico”. “Per questo – ha continuato Mantovano - è stata istituita la Commissione Consultiva centrale, una sede privilegiata dove affrontare e magari risolvere i problemi della vostra categoria. La Commissione ha cambiato il modo di affrontare le tematiche della sicurezza privata che vengono affrontate in una sede istituzionale e non più come delle concessioni fatte alle rivendicazioni del settore”. Chiudendo il suo discorso, Mantovano ha parlato anche di ronde e bodyguard. Per quanto riguarda le ronde, “la sicurezza privata non deve sentirsi minacciata dalla concorrenza di questo tipo di attività. Si tratta di un’attività su base volontaristica e non c’è nessuna interferenza con il lavoro del settore privato”. Sul fronte dei cosiddetti “bodyguard” che operano nei locali pubblici, il sottosegretario si è detto soddisfatto per l’avvio della regolamentazione “con la quale scompare il Far West che c’è strato fino ad oggi”. 

Fonte : http://www.confcommercio.it/home/federsicurezza-mantovano.doc_cvt.htm/

Presentato il Rapporto FederSicurezza 2009. Il settore ha generato un fatturato pari a 2 miliardi e 450 milioni di euro.

 

Presso la sede di Confcommercio a Roma è stato presentato il rapporto FederSicurezza-Confcommercio 2009 sulla vigilanza e la sicurezza privata in Italia.
In estrema sintesi, la “fotografia” del settore scattata a fine 2008 indica che la vigilanza privata in Italia ha generato un fatturato pari a 2 miliardi e 450 milioni di euro, con una crescita annua del 2%. Un’impresa su due, però, si trova con bilanci in rosso a causa principalmente della caduta delle tariffe per via dell’affidamento di servizi a prezzi al ribasso e dell’elevato peso dell’Irap.
In leggera flessione il numero di imprese (954), le più numerose delle quali operano come Srl (72%), così come il numero totale di addetti (poco meno di 50mila) con scostamenti importanti tra regioni e macroregioni: aumentano i lavoratori al Nord (+6,5% rispetto al 2007) e al Sud (+4,1%), mentre si riducono al Centro (-15,5%). Il numero maggiore di imprese e di addetti del settore si trova in Lombardia, mentre ogni impresa occupa una media di 51 lavoratori. L’Italia è ultima in Europa nel rapporto tra guardie giurate e popolazione (1 addetto ogni 1.200 abitanti circa) e tra guardie giurate e forze dell’ordine (1 ogni 6,3).
Quanto alle imprese di custodia e guardiania, sono 1.559 e impiegano circa 48mila addetti. Quasi la metà (729) e oltre la metà dei lavoratori (26.255) si concentra nel Lazio, in Lombardia, in Campania e in Sicilia.
Grazie all’utilizzo delle tecnologie satellitari per sventare furti e rapine nel settore del trasporto merci, infine, vengono risparmiati circa 55 milioni di euro all’anno dalle compagnie di assicurazioni, dai privati, dalle imprese di autotrasporti e dai committenti del trasporto.

 

Porto d'armi facili alle guardie giurate. La denuncia di titolari di istituti di vigilanza, medici e sindacati di categoria.  

 

Si può sniffare cocaina e avere una pistola, essere depressi e portare l'arma e la divisa da guardia giurata. Basta richiedere un certificato del dottore di famiglia, portarlo al medico legale della Asl, il quale legge e conferma. E il gioco è fatto.

Si è guardie giurate col cinturone e la pistola. Il porto d'armi può diventare una licenza di uccidere. Le rete di norme per evitare il mortale paradosso è smagliata, non riesce a impedire l'assurdo.
Lo dicono preoccupati titolari di istituti di vigilanza, medici e sindacati di categoria.
A Roma è già successo che un vigilante abbia usato la pistola dopo aver perso la testa, e continua a capitare.
6 giugno: lui, 38 anni, guardia giurata, sta tornando a casa a Tor Cervara dopo una festa in famiglia. Per un parcheggio ha un litigio con un uomo di 64 anni. Sale in casa, prende l'arma e spara dal balcone, colpendo per fortuna solo lo sportello dell'auto del signore. Si è detto in seguito che la guardia era depressa. «Io non lo sapevo - dice il suo datore di lavoro, Roberto Di Angelo - Per privacy si può essere depressi pur avendo una pistola, senza informare datore di lavoro e polizia.
Il 5 giugno dal Policlinico Casilino ho ricevuto la cartella clinica in cui si dice che il vigilante si è presentato al pronto soccorso la notte precedente manifestando sintomi di una crisi pressoria, è rimasto lì sino alle 5 del mattino e poi è stato lasciato andare. La terapia: riposo e idratazione. Secondo la legge della privacy, quando un dipendente sta male, il medico che firma il certificato non è tenuto a scrivere la diagnosi, ma a confermare che il paziente visitato ha bisogno di riposo. Mentre se uno è depresso la polizia dovrebbe ritirargli la pistola».
«È vero - spiega il segretario regionale della Federazione dei medici di famiglia, Pierluigi Bartoletti - Per rilasciare il porto d'armi ci viene richiesto il certificato amnestico, in cui si in sostanza si garantisce la conoscenza del quadro clinico della persona e in fondo al quale in una riga si dice che l'assistito dichiara di aver detto la verità sul suo stato di salute.
Le norme dovrebbero essere più precise e non offrire varchi. Per esempio, oggi se il medico curante non rilascia il certificato, l'aspirante vigilante va alla Asl, cambia dottore, si rivolge da un altro che non lo conosce affatto e il problema è risolto».
Nel 2008 la polizia amministrativa di Roma ha emesso 1.327 decreti di nomina di guardia giurata particolare e ne ha rinnovati 8.248. Ogni numero è una pistola. «C'è un dato che deve far riflettere - si sofferma il direttore generale dell'Italpol, Giulio Gravina - Al momento dell'assunzione alla guardia viene data una pistola di proprietà dell'Istituto ( ma non sempre è così. ndr), che il dipendente paga un po' alla volta.
Però se in seguito il vigilante cambia ente o smette di fare questo lavoro si ritrova con un'arma in casa, anche se è depresso, beve o consuma droga».
«Gli istituti - propone il segretario nazionale del Savip, Vincenzo Del Vicario - devono fare formazione del personale che assume. E poi i medici non devono limitarsi al certificato, la legge dovrebbe prevedere analisi del sangue e delle urine, prelievi a campione e a sorpresa. In giro ci sono troppe persone con troppe pistole e senza alcun controllo».
 

Fonte: http://iltempo.ilsole24ore.com/
       

Criminalità e sicurezza

Di quali reati hanno paura gli Italiani?

Eurispes, rapporto Italia, 2008

Gli Italiani non dormono sonni tranquilli. A rivelarlo è l'Eurispes con una ricerca ad ampio spettro sulla situazione italiana (economia, lavoro, scuola e formazione, legalità, politica e istituzioni, ambiente e territorio, comunicazione e informazione).
Ma quali sono i reati che fanno più paura? Il furto in abitazione è al primo posto della classifica della fear of crime (paura della criminalità), che affligge rispetto a questo reato il 38% degli Italiani.
Da un punto di vista territoriale i furti in abitazione sono temuti maggiormente al Nord-Ovest e al Centro, mentre al Centro-Sud si ha più paura di subire il furto dell’automobile/motorino (In Italia, ogni ora, vengono rubate ben 20 automobili).
Essere scippati, invece spaventa di più gli abitanti del Nord-Est.
Inasprimento delle pene, chiedono, quindi gli italiani, per la maggior parte dei quali la causa della diffusione della criminalità nel nostro Paese dipende da pene poco severe e scarcerazioni facili.

Alcuni dati*
Quali reati, quale minaccia.
Dalla rilevazione sulla sicurezza, effettuata dall’Eurispes, emerge che il timore più diffuso è quello di subire un furto nella propria abitazione: è così per il 38,3% degli italiani. Forte è anche il timore di essere scippati o borseggiati (13,2%) o che venga rubato il proprio motorino o la propria auto (11,4%). Ci si sente meno minacciati da possibili aggressioni fisiche (9%), truffe (9%), rapine (7,4%) o violenze sessuali (6,1%). Al Nord-Ovest e al Centro è maggiore il timore di subire un furto nella propria abitazione: rispettivamente il 41,2% e il 39,6%, contro il 37,3% del Sud, il 37,2% del Nord-Est e il 33,6% delle Isole. Al Centro e al Sud invece si ha più paura di subire il furto dell’automobile/motorino che di essere scippati o borseggiati (rispettivamente il 13,6% contro il 12,4% per il Centro e il 18% contro l’11,1% per il Sud), in queste due aree si registrano, dunque, i valori più alti per questa opzione di risposta. Di contro, essere borseggiati spaventa al Nord-Est (15,6%) e in misura inferiore al Sud (11,1%). Queste due aree condividono i valori più alti rispetto al timore di essere rapinati (10,2% per il Sud e 8,3% per il Nord-Est, rispetto al 6,5% del Centro, al 6% delle Isole, il 5,4% del Nord-Ovest). Nel Nord-Ovest il timore di un’aggressione fisica supera quello di subire il furto del proprio mezzo di trasporto privato (9,2% contro 7,5%), così come per il Nord-Est, in cui la prima risposta è stata fornita dall’11% dei cittadini, la seconda dall’8,3% e per il Sud in cui le percentuali sono 11,2% per l’aggressione fisica e 10,3% per il furto automobile/motorino. Nelle Isole, è molto forte la paura di subire una truffa (15,5%), seconda solo al timore dei ladri in casa. Valori alti sono presenti anche al Centro (11,2%) e al Sud (11,1%). Al Sud e al Centro è meno avvertita la paura di aggressioni fisiche (il 6,6% e l’8,3%, contro una media del 10,5% del resto d’Italia) e per quella di violenze sessuali (per il Sud 2% e per il Centro 4,7%, contro una media nazionale dell’8,1%).

La necessità della certezza della pena
La causa della diffusione della criminalità nel nostro Paese sono le pene poco severe e le scarcerazioni facili: risponde scegliendo questa opzione il 22,9% degli italiani. Il 15,4% pensa che esista una componente di disagio sociale. Diffusa anche l’idea che sia insufficiente la presenza dello Stato (13,2%) e manchi una cultura della legalità (11,4) insieme all’incremento del numero degli immigrati nel nostro Paese (10,6%). Il potere delle organizzazioni criminali (8,2%), la difficile situazione economica (8,3%) e le scarse risorse a disposizione delle Forze dell’ordine (6,6%) vengono individuate come cause con minore frequenza.

Come contrastare la criminalità sicurezza.
Il 35,5% dei cittadini per contrastare la criminalità inasprirebbe le pene. Molti, il 20,7%, rafforzerebbero il dispiegamento delle Forze dell’ordine oppure limiterebbero l’accesso agli immigrati (19,2%). Non manca chi pensa sia bene educare alla legalità le categorie più a rischio (14%).

Furti auto: 20 automobili in un’ora
In Italia, ogni ora, vengono rubate ben 20 automobili. Nel confronto 2005-2006 il numero di auto rubate è sceso, complessivamente, di circa il 9%. Un dato positivo, anche alla luce dell’incremento del 3,3% che si era registrato nel 2005 rispetto all’anno precedente. Nel 2006, il numero di furti più elevato è stato rilevato in Campania (31.239), nel Lazio (30.935), in Lombardia (28.606), in Puglia (18.337) e in Sicilia (16.465). Quanto alla tipologia di auto più ricercate dai ladri spiccano la Fiat (30%) e la Volkswagen (15%).

Le capolista della criminalità.
Tra il 2005 e il 2006 si è avuto un incremento dei reati pari al 7,5% (ossia 190mila casi in più). L’aumento interessa soprattutto le azioni criminali commesse in strada, come i borseggi e gli scippi (+24% nel 2006). Nella classifica delle città in cui è particolarmente forte l’incidenza di questa tipologia di reato spicca Genova, dove si rilevano 1.175 casi ogni 100mila abitanti. A tenere compagnia al capoluogo ligure ci sono altre grandi città, quali Bologna, Torino, Milano, Roma e Firenze. Per quantità primeggiano Roma e Milano che sfiorano i 30mila casi, mentre Bologna, nonostante mantenga elevata la frequenza (911 episodi per 100mila abitanti), segna un andamento positivo con un calo del 5,1% rispetto al 2005. Un’altra tipologia di crimine predatorio che ha visto crescere la percentuale delle denunce è quella che riguarda i furti nelle abitazioni (+17%), complice, come da più parti si indica, l’indulto che ha restituito la libertà a molti ladri di professione che non hanno perso tempo a riprendere l’attività di un tempo.
Tale situazione è più evidente nei centri urbani maggiori. Infatti, come si deduce dai dati, sono le province di maggiore estensione a mostrare i valori più alti. Bologna segnala la più alta frequenza di furti in casa, mentre Milano è al primo posto per l’incremento registrato tra il 2005 e il 2006 (+39,7%), subito seguita da Torino (+30,5%) e Roma (+20%). Anche nei centri più piccoli il trend è in salita ma il fenomeno resta comunque contenuto. Per quanto riguarda le rapine ai danni di esercizi commerciali e sportelli bancari o postali è Napoli la città che accusa i maggior numero di colpi messi a segno dai banditi con 455 casi ogni 100mila abitanti. Il dato è ancora più preoccupante se si procede ad un confronto con gli altri centri urbani che in classifica seguono il capoluogo partenopeo. Si evidenzia, infatti, che tra la prima e la seconda città in graduatoria vi sono circa 200 casi in meno ogni 100mila abitanti. Risulta, invece, positivo l’andamento dimostrato da Bologna dove il fenomeno ha avuto un calo di dieci punti percentuali, segno forse che gli interventi nell’ambito della sicurezza della città voluti
dalla sua Amministrazione hanno prodotto risultati apprezzabili. Nell’analisi dell’incidenza dei reati più diffusi nel nostro Paese non si può evitare di fare riferimento anche ai tanti casi di omicidio. Nella graduatoria per frequenza rispetto alla popolazione, sono presenti ben quattro delle cinque città calabresi, ma la maglia nera per numero di delitti commessi va a Napoli (con 97 omicidi), seguita da Milano (con 41 casi) e Roma (con 38). La città in cui le azioni criminali sono complessivamente molto diffuse è Napoli (42,1%). La percezione della sicurezza espressa dai cittadini risente ovviamente di questo fattore, infatti i napoletani manifestano un livello di sicurezza al di sotto della sufficienza (5,5 punti). La sensazione di sentirsi al sicuro nella propria città aumenta invece per altri centri, come Bari (6,4), Firenze (7,2) e Catania (6), dove tuttavia il tasso di criminalità si attesta su valori piuttosto alti.

Fonte : http://www.professionisti24.ilsole24ore.com/

 

Addetti alle pulizie di guardia davanti alle banche.

Così risparmiano i network che appaltano la guardiania

 

Il caso: dipendenti di una multiservizi messi a fare i vigilantes in 12 agenzie romane.

 

Ora ci sono gli addetti alle pulizie a fare la guardia davanti alle banche. «Sono dipendenti della Gelma, società di multiservizi, dislocati in 12 filiali Bnl Paribas di Roma. L'ho detto a Prefettura e polizia, ma sembra sia cambiato poco». Saranno state le minacce di morte ricevute da un imprenditore pugliese in odore di mafia, i 40 anni che ha passato tra i guai della sicurezza privata, ma il segretario provinciale Fisascat Mauro Brinati è un mastino che non ringhia e morde a fondo.
Nel suo ufficio a via Cavour parla pacato e mostra carte pesanti. Con le sue denunce ha addirittura convinto la magistratura capitolina a mettere su un processo contro l'ex prefetto di Roma Achille Serra per omissione d'ufficio (a marzo c'è stata la prima udienza). E ne sta preparando altre. Da poco ha scoperto i "vigilantes" con la scopa. «Alle istituzioni ho scritto in quali agenzie ci sono i pulitori. La Questura non è andata in quelle indicate e la Prefettura mi ha scritto di non averli trovati». Solo in un caso il funzionario addetto dal Palazzo di Governo ha scritto che «è stata accertata la presenza di un uomo addetto alla gestione delle porte blindate a bussola il quale dichiarava di prestare servizio di guardiania non armata per conto della Gelma srl».
E la risposta della Bnl? Scrive la Gestione immobili e sicurezza: «Non siamo nelle condizioni di fornire risposte in merito. Tuttavia comunichiamo che, in coerenza con gli accordi contrattuali con il network Centralpol Sicurnet tutta la documentazione sarà inviata esclusivamente agli uffici titolati a condurre tali verifiche». I network sono società intermediarie senza la licenza di sicurezza privata, nate però dal portafoglio dei proprietari di istituti di vigilanza. Quando le banche appaltano la vigilanza, alla gara partecipano i network.
Per contratto nazionale un'ora di lavoro con pistola e giubbetto antiproiettile al minimo costa nel Centro Italia 22,35 euro
. La banca ne offre massimo 18 e i network subappaltano a un prezzo inferiore, arrivato fino a quota 16.40. Com'è possibile mantenere in piedi la baracca? «È impossibile infatti - dice Brinati - C'è solo un sistema meno irregolare degli altri: i servizi vengono coperti dagli istituti costringendo il personale a prestare lavoro straordinario: un'ora costa 12 euro, contro i 22,35.
Così si guadagna. Solo che il personale scoppia. A Roma se ne fanno a testa 900 l'anno di media. Ogni volta che l'Ispettorato del lavoro ha ispezionato un istituto l'ha multato per "superamento di prestazione straordinaria del personale"». Tra paura di essere cacciati e di non farcela lo stress è tanto. Brinati parla a testa bassa: «Negli ultimi due mesi si sono uccisi tre vigilantes, tutti giovani, li conoscevo». Con queste tariffe e questi ritmi la situazione nella Capitale è esplosiva. Gli adetti sono 9 mila, 10.500 nel Lazio. In piedi ci sono tre partite importanti che i network devono subappaltare. I sindacati non sanno alla fine chi sarà l'istituto e a che prezzo. Vince il più basso. Sono gli appalti BancaIntesa per 50 agenzie del network Dualservice, Unicredit per 500 sedi di Securitalia Secnet, e Bnl, con 40, che si è aggiudicato la Centralpol Sicurnet.

 

Fonte http://iltempo.ilsole24ore.com/ 31/05/2009

 

 

SICUREZZA: UNA SINDROME LE PAURE DEGLI ITALIANI

La sicurezza è al top dei pensieri degli italiani, a livelli senza precedenti nel passato. Siamo un popolo attanagliato da paure, ansie e insicurezze che invoca misure speciali ma queste restano solo paliativi perche' incapaci di arrestare il corso di una sindrome. Sono questi alcuni degli elementi che compongono la variegata indagine sul sentimento e sul significato di sicurezza in Italia, diretta da Ilvo Diamanti, condotta da Demos & PI per la Fondazione Unipolis, la cui sintesi è stata appena pubblicata dal mensile 'Safety & Security'.
Una radiografia a tutto tondo e che, nell'area sicurezza, include non solo la criminalità, ma anche i temi come la previdenza e l'ambiente. Dal check-up emerge che in Italia ai primi posti della "sindrome dell'insicurezza" c'e' la criminalità. Se nel 2005 l'80% di essi percepiva un suo aumento, nel 2007 superava l'88%. E su questo incremento pesa anche il binomio immigrazione-criminalità, tornato forte nella percezione del Paese, passato dal 37% del 2004 al 47% attuale. Non solo, ma il 55% arriva a condividere le severe misure prese dai sindaci di alcune città contro lavavetri e venditori irregolari. Nella stessa logica vanno le opinioni di quanti sostengono che i campi nomadi debbano essere sgomberati "e basta", senza cercare soluzioni alternative.
Entrando nel dettaglio quasi 9 persone su 10 pensano che negli ultimi anni la criminalità in Italia sia cresciuta; 5 su 10 ritengono che ciò sia avvenuto anche a livello locale; 1 su 5 teme di essere vittima di reati alla persona e ai propri familiari. Il 22% ha paura che gli venga rubata la macchina o la moto. Fra i reati più insidiosi c'e' il furto in casa, percepito come violazione del "rifugio ultimo contro le minacce esterne": quasi una persona su 4 è preoccupata che uno sconosciuto si introduca nell'abitazione (dal 18% del 2005 si e' saliti al 23% del 2007). Negli stessi due anni il timore di uno scippo è cresciuto dal 17% al 21%.
All'incirca 1 su 5 ha paura di un'aggressione o del coinvolgimento in una rapina.
Al passo con i tempi, 1 su 5 è spaventato dal rischio di subire una truffa elettronica, a partire dal bancomat e dalla clonazione della carta di credito.
In questo scenario, ormai 1 italiano su 3 ha installato un sistema antifurto in casa e il 14% pensa di adottarlo; quasi 1 su 2 ha blindato porte e finestre ed un restante 10% conta di farlo.
L'8% ha addirittura acquistato un'arma e il 4% ha in mente di dotarsene.
Secondo l'indagine, una porzione ampia del Paese concepisce l'insicurezza come "paura degli altri" e, in particolare, avverte "gli altri come stranieri e gli stranieri come una minaccia". A questo sentimento si reagisce isolandosi, restando soli. Ecco perchè tutte le misure che puntano a "sgomberare" la presenza illegale degli stranieri lungo le strade e ai margini delle città riscuotono grande consenso. In tale contesto c'è la condivisione di quelle volte a rimuovere drasticamente i campi dei nomadi. Anche senza cercare soluzioni alternative: quelli che lo chiedono sono passati dal 18% del 2005 al 27% del 2007, ossia più di un quarto degli italiani.
Il territorio è così considerato insicuro e pericoloso. Quindi, si chiede che venga "presidiato" dalla polizia, monitorato dalle telecamere. Ma l'indagine va oltre a questi temi, ricorrenti anche nei mass media. E li articola toccando altri campi non connessi con la criminalità. Tra le preoccupazioni sulla sicurezza, ci sono quelle "ambientale" e "globale", che riguardano cibo, degrado del territorio, aria e clima, ma pure il terrorismo. La "paura del mondo" e delle sue conseguenze sulla quotidianità inquieta tra il 40 e il 60% degli italiani. Poi ci sono i timori di tipo "economico", legati alle condizioni familiari e personali, al reddito , alla pensione (1 su 3 ha paura di perderla o non averla più) e alle prospettive di lavoro. Si va dal 27% di chi teme di perdere i risparmi al 38% di chi paventa di divenire povero ("non avere abbastanza risorse per vivere"). E, ancora, c'è la "paura del domani", dei suoi riflessi sulla nostra vita quotidiana: il futuro dei figli angustia quasi una persona su due. Il 64% degli italiani teme per i giovani "una condizione sociale ed economica peggiore dei loro genitori".
Altro tema rilevante nell'area della sicurezza è quello degli incidenti sulle strade: 3 persone su 10 ogni giorno dicono di sperimentare situazioni di inquietudine connesse con questa minaccia. E poi ci sono gli incidenti sul lavoro: 1 operaio su 5 è preoccupato di esserne vittima. Del resto, il 45% reputa che la sicurezza sul lavoro sia diminuita negli ultimi anni. Oltre un terzo degli italiani, il 36%, pensa allarmato all'eventualità di ammalarsi. Uno su quattro guarda spaventato all'insorgere di epidemie e malattie su scala globale (morbo di mucca pazza, Sars e influenza aviaria, ecc.). Restando alle paure "forti", il 37% dell'opinione pubblica italiana teme nuovi conflitti a livello in-ternazionale. Per salire quasi al 40% di quelli che sono inquieti per il terrorismo internazionale. Ma c'è qualcosa di più del terrorismo, dei conflitti o delle epidemie che mina ulteriormente il sentimento di sicurezza degli italiani: la qualità ambientale. Ben il 58% del campione afferma di sentirsi frequentemente in apprensione per il deterioramento dell'ambiente e della natura. E' questo l'unico indicatore dell'indagine che supera la maggioranza assoluta. Al di sotto, al 46%, c'è solo la preoccupazione per il futuro dei figli. Anche se il dato sconta che non tutti gli abitanti del Bel Paese hanno o pensano di avere prole.
Più in generale, insomma, negli ultimi due anni è cresciuto negli italiani il timore di vittimizzazione. Le domande che vengono da questo quadro sono molte. Ad esempio, quasi 9 su 10 chiedono una maggior presenza della polizia nelle strade e nei quartieri per aumentare la sicurezza. Le uniformi, riconoscono, servono certamente a fare da presidio al territorio in un'ottica preventiva o di tempestività di intervento; trasmettono sicurezza. E in questo contesto si inseriscono anche le telecamere per sorvegliare gli spazi pubblici. L'86% è favorevole a tali sistemi di vigilanza a costo di sacrificare un po’ di riservatezza.
Molto meno graditi, invece, i controlli dello Stato sulle comunicazioni e sui movimenti economici personali. Tanto che è diminuita del 7% in due anni la quota di chi considera positivamente un monitoraggio delle transazioni bancarie. L'indagine afferma che c'è una forte domanda di intervento pubblico con un rafforzamento del controllo del territorio e di misure straordinarie, soprattutto in riferimento al tema dell'immigrazione. Intanto si è rilevato un progressivo allargamento del "fai da te". Infatti, è in crescita il numero delle famiglie che dotate di strumenti di autodifesa. Un'area interessante riguarda la sicurezza tra i giovani e tra in quelli tra i 25 e 34 anni, fasce in cui si miscelano diverse fonti di insicurezza. Le tensioni innescate dal "fattore criminale", infatti, si fanno sentire in modo più pressante. E le trasformazioni del mondo del lavoro incidono in modo più evidente, dando vita ad una condizione di instabilità e inquietudini sulle prospettive future. Insomma, è molto elevata la quota di giovani che ammette apprensione per il futuro delle loro pensioni. In conclusione, la radiografia suggerisce di tenere conto del mix di ansie e paure non solo per tracciare un profilo della "sindrome dell'insicurezza" che sembra attanagliare la società italiana, ma soprattutto per definire i possibili rimedi. A tale proposito gli analisti rilevano che "misure speciali sul tema della criminalità, peraltro invocate ed apprezzate dall'opinione pubblica, possono costituire una risposta temporanea, utile a porre argini al fiume dell'insicurezza, ma incapace di arrestarne il corso". 

 

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